Centro di cura podoconiosi

Cosa è la podoconiosi

 

Podoconiosi: un nome che probabilmente risulterà sconosciuto a tutti voi.

 

La malattia è anche nota come elefantiasi del piede o piede muschioso ed è diffusa prevalentemente nell’Africa Tropicale, ma si trova anche in alcune zone dell’India e dell’America Centrale.

Può essere considerata una malattia dimenticata e quasi sconosciuta, anche se affligge circa cinque milioni di persone. L’Etiopia è il paese maggiormente colpito al mondo, con circa un milione di persone malate, ma i soggetti a rischio sono molti di più, circa 11 milioni. Una percentuale quindi rilevante della popolazione dell’intero paese.

 

La Podoconiosi è malattia non infettiva, che colpisce indifferentemente uomini e donne, insorge in età ancora giovane e continua a progredire nel tempo. Si manifesta in coloro, soprattutto agricoltori, che camminano usualmente a piedi nudi in zone dove il terreno, vulcanico, è composto da argilla rossa e si trova ad altitudini superiori ai mille metri.

Alcune particelle di minerali (in particolare il silicio), contenute in questi terreni, penetrano nella pelle dei piedi, provocando prima irritazione, poi, man mano che si infiltrano sempre più nella carne, il blocco della circolazione linfatica locale.

 

Le conseguenze sono drammatiche. Prima il piede causa prurito e bruciore, poi si gonfia e causa dolore, poi evolve con la comparsa di noduli, che divengono sempre più grossi e numerosi, fino a deformare completamente il piede, mentre spesso si instaura anche una trasformazione della pelle, che fa apparire il piede come coperto da muschio, da cui il nome di piede muschioso.

A seconda dell’evoluzione della malattia – che colpisce il piede e, in genere, anche la parte inferiore della gamba, fino al ginocchio – l’arto può divenire gonfio in modo abnorme, con ritenzione di liquido, oppure duro, con rigidità delle dita, che divengono simili a pietra, tanto che se ne può sentire il ticchettio sul pavimento. Compaiono poi delle ferite profonde e vaste ulcerazioni, sulle quali si instaurano infezioni gravi e maleodoranti.

 

Le persone affette da questa malattia invalidante - che è in qualche modo assimilabile alla lebbra e che impedisce o rende assai difficoltosa la deambulazione - patiscono ulteriori penose sofferenze perché, anche a causa dell’evolversi della malattia e al cattivo odore che emanano le ferite, sono emarginate dalla vita sociale: è vietato loro frequentare le scuole, sposarsi con persone non affette dalla malattia e sono di fatto escluse dalle cerimonie pubbliche e religiose. Non riescono quindi ad inserirsi in un qualsiasi tipo di attività lavorativa. Vivono un’esistenza di totale emarginazione, contraddistinta da una visione di sé, totalmente negativa e priva di ogni speranza, in situazioni di permanente disagio, difficoltà, depressione.

 

La prevenzione sarebbe semplicissima: basterebbe indossare scarpe con calzini, per evitare di porre i piedi a contatto diretto con il suolo. Il problema è che, nelle zone colpite, gli abitanti appartengono alle classi più povere, che trascinano un’esistenza di mera sopravvivenza e non hanno quindi il denaro per comprare le scarpe, né cognizione delle cause di insorgenza della malattia.

 

La cura è semplice e consistente nel lavaggio giornaliero dei piedi e delle gambe al di sotto del ginocchio con sapone e acqua addizionata di un semplice disinfettante (varechina), se sono presenti ulcere, ferite o infezioni; poi applicazione di un emolliente, come la vaselina. È inoltre necessario ricorrere a un bendaggio delle gambe e dei piedi.

Naturalmente le persone devono indossare le scarpe ma, poiché i piedi sono deformati, occorre fabbricare scarpe su misura per ciascuna persona.

 

La cura – lavaggio più emolliente – dovrebbe essere fatta tutti i giorni, ma le persone che sono attualmente assistite dal Centro, che non ha risorse specifiche, vivono in località distanti e hanno conseguenti difficoltà a raggiungerlo, per cui si curano solo una volta la settimana, così che i miglioramenti, quando ci sono, sono lentissimi.

Ovviamente, nei casi più gravi, l’unico rimedio resta quello chirurgico, che mira a rimuovere i noduli per consentire di indossare delle scarpe.

 

Con il nostro progetto, la cura verrà erogata in modo più organizzato, quindi con maggiore frequenza, estesa a un numero superiore di malati, introducendo un servizio di raccolta delle persone. Ci è sembrato un progetto molto bello, proprio per l’aiuto concreto che può essere dato a persone che sono veramente nella condizione di ultimi tra gli ultimi, emarginate, evitate e che, con semplici cure possono invece veramente ricominciare a vivere.

 

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Nella nostra ultima visita, fatta a novembre di quest’anno, abbiamo verificato che gli iscritti al Centro sono notevolmente aumentati e ora, complessivamente, raggiungono il numero di 102. È un risultato superiore alle nostre aspettative, perché avevamo iniziato a gennaio con meno di 50 e ci troviamo ad averli raddoppiati!

 

Purtroppo non tutti frequentano con assiduità, anche se, per facilitare una presenza costante, paghiamo loro il trasporto per arrivare al Centro e offriamo loro un semplice pasto, costituito dall’ambascià, un pane locale.

Si tratta però di persone che, nella quasi totalità, sono mendicanti, non potendo svolgere alcun lavoro. Per loro, venire a curarsi significa perdere molte elemosine.

In ogni caso, l’aumento del numero degli assistiti e quello delle presenze, in genere sempre significative (in occasione della nostra ultima visita erano circa 80) dimostra che, nella maggioranza, i malati seguono le cure.

 

Ovviamente i risultati variano da persone a persona e a seconda dello stadio della malattia.

Il primo stadio può essere curato con una certa facilità e con una guarigione completa e relativamente rapida.

Il secondo stadio è più avanzato ma con tempi decisamente più lunghi, cure assidue e costanti e il rispetto di alcune norme igieniche fondamentali. Trattandosi di mendicanti, che spesso vivono sulla strada, questo non è sempre facilmente ottenibile, per cui i tempi si allungano.

Il terzo stadio è il più grave ma è a sua volta articolato in situazioni difformi. La guarigione non è certo facile, ma possono ottenersi dei buoni miglioramenti. Però, la situazione, se non curata, si evolve negativamente, per l’insorgenza di piaghe che si infettano e rendono impossibile la deambulazione. Nei casi più gravi, l’unico miglioramento può essere ottenuto per via chirurgica, ma i risultati sono spesso insoddisfacenti e, comunque, richiedono un’attenta cura post operatoria, impensabile da seguire nella situazione locale.

 

Dal registro che il Centro tiene per verificare periodicamente la situazione della gambe di ciascun malato, riusciamo a verificare che molte persone hanno già ottenuto buoni risultati, anche se la guarigione è sempre piuttosto lunga.

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