Perchè James ?

James è il nome del primo bimbo etiopico che abbiamo incontrato. Aveva una forma di leucemia ormai divenuta assai grave, che richiedeva continue trasfusioni di sangue e somministrazione di farmaci antiemorragici. Per fortuna, uno di noi aveva il gruppo sanguigno dei donatori universali.

Abbiamo cercato di fare il possibile con trasfusioni e medicinali, anche con l’aiuto di una equipe italiana di medici specialisti della malattia, che ci dosavano le cure. L’esame del sangue ha però confermato che la gravità della situazione e l’avanzato stato della malattia non lasciavano più alcuna speranza, anche se abbiamo continuato a sperare fino all’ultimo giorno.

Una sera vedemmo James in braccio alla mamma, con l’aspetto di chi non ha più alcuna forza né capacità di reazione. Pensavamo che non superasse la notte. Il giorno dopo riuscimmo a donargli il sangue per una trasfusione. Al mattino seguente, appena usciti, ci sentimmo chiamare da una vocina allegra e squillante: era James che ci correva incontro, con i suoi piccoli passi, tendendoci le braccine scarne. Ci abbracciò e ci diede un paio di baci sulle guance, rimanendo con noi, guardandoci con curiosità e toccando tutte le parti del viso, colpito dal nostro aspetto di stranieri bianchi, mentre continuava a ripetere i nostri nomi.

Sembrava un miracolo vederlo così vispo. Era bastata una trasfusione. Ma il miracolo durò poco e, dopo appena un paio di settimane, l’effetto era ormai svanito. Visse solo un poco più a lungo.

Il ricordo di quelle braccine che si tendevano verso di noi e quel suo chiamarci ci sono rimasti dentro. Ci basta ripensare e, anche senza bisogno di chiudere gli occhi, risentiamo chiaramente la sua vocina che ci chiama e lo vediamo correrci incontro.

Francesco pochi mesi dopo, prese la sua decisione e si trasferì ad Adwa, dove presto comprese che la costruzione di un Villaggio per bambini orfani e l’aiuto ai bambini denutriti poteva essere l’attività alla quale, non essendo medici, avremmo potuto dedicarci in modo concreto.

Così, quando abbiamo deciso di costituire la Fondazione, ci è sembrato naturale dedicarla a James. Perché la sua morte non è stata inutile: l’aver vissuto vicino a lui parte della sua malattia, è qualcosa che ha “costretto” tutti noi a farci carico di quella realtà e delle tante sofferenze per cercare di alleviarne qualcuna.

Ogni volta che, nel Villaggio, uno dei bimbi corre incontro a qualcuno di noi, è come se fosse James a correrci incontro dicendo: vedi, sono ancora qui, possiamo abbracciarci ancora.

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