Rapporti con il bambino "esterno"

Chi sottoscrive un’adozione a distanza – più esattamente il sostegno a distanza di un bambino -lo fa perché, per generosità e per desiderio di bene, sceglie di imporsi un sacrificio finanziario, più o meno pesante, per aiutare “uno sconosciuto” che vive in Etiopia. Questo sconosciuto si concretizza in un bambino, con tanto di nome, di foto, di età, di notizie sulla situazione familiare.

Il vedere la foto del bambino, visualizzare il volto di colui che si aiuta, fa nascere un sentimento di affetto e di tenerezza, di paternità e maternità e, quindi, un desiderio di saperne di più. Quando si vuole bene si tende, naturalmente, a cercare di approfondire e personalizzare il rapporto.

È questo il motivo per il quale, da parte di alcuni, ci pervengono richieste circa la possibilità di poter avere rapporti diretti con il bambino per scambiarsi lettere con notizie personali e familiari, inviare foto, disegni, regalini, giocattoli, con l’aspettativa di ricevere risposte, notizie familiari, sulle amicizie, sui giochi, le condizioni di salute, la descrizione delle giornate.

Riguardo al “sostegno a distanza” di bambini esterni, desideriamo essere molto chiari e sinceri oltre che concreti e realisti, evitando di far sorgere aspettative anche comprensibili, ma non realizzabili.

Le adozioni a distanza da noi seguite, riguardano diverse centinaia di bambini esterni che, è bene tenerlo presente, vivono con le proprie famiglie di origine, (mentre le adozioni dei bambini orfani che vivono all’interno del nostro Villaggio sono ovviamente gestite diversamente e trattate in altra parte del presente sito).

La prima osservazione da fare in proposito è che in Etiopia, la vita è ben diversa che da noi, cosa questa che non è facile immaginare per chi non abbia mai vissuto di persona quelle realtà.

Una volta risolto il problema del cibo, non vi sono particolari attività o vita sociale, così come sono da noi concepite e conosciute.

Questo è tanto più vero perchè una buona parte dei bimbi che assistiamo, abitano nei villaggi circostanti la cittadina di Adwa, peraltro distanti alcune ore di cammino.

Si aggiunga che la regione del Tigray, dove operiamo, è montuosa e con pochissime vie di comunicazione, così che, per raggiungere alcuni villaggi, occorre comunque lasciare il fuoristrada, anche a notevole distanza e continuare il percorso a piedi.

Si aggiunga ancora che i villaggi, soprattutto in questa regione, non sono paragonabili, salvo alcune eccezioni, ai villaggi o paesi così come si trovano in Italia od in Europa. Nella maggior parte dei casi il villaggio è costituito da un certo numero di singole case o capanne, abitate ciascuna da un gruppo familiare, distanti tra loro anche alcune centinaia di metri. Non esiste quindi un nucleo od un agglomerato centrale e tanto meno esiste la minima parvenza di strutture, anche semplicissime, che da noi sono tipiche di un qualsiasi nucleo abitativo seppur piccolo, come un negozietto, uno spaccio, un luogo di ritrovo comune, delle attività artigianali e simili.

In un tale contesto, dove è già tanto se si riesce a far frequentare la scuola ai bambini, non è pensabile che vi sia la seppur minima possibilità di “immaginare” delle notizie da comunicare e condividere. Gli avvenimenti del villaggio sono legati al ritmo di vita familiare e limitati al medesimo ambiente, e sono sostanzialmente ripetitivi, monotoni ed eguali. È una vita di pura sopravvivenza, legata al lavoro nei campi, all’allevamento di uno scarsissimo bestiame, con famiglie assai numerose, nelle quali la madre e spesso anche il padre, sono analfabeti e dove i bambini, anche piccolissimi, partecipano attivamente e faticosamente a tutte le attività quotidiane, incluso il lavoro nei campi, la raccolta ed il trasporto dell’acqua, la raccolta della legna o dello sterco da usare come combustibili, la cura dei fratellini più piccoli.

Le notizie dall’Italia sarebbero per loro incomprensibili, così come non riuscirebbero a “comprendere” la possibilità di scrivere una lettera nè avrebbero la minima idea di quali notizie fornire, essendo lo scambio di corrispondenza del tutto estraneo alla cultura locale, priva di una vita sociale, almeno così come siamo abituati a conoscerla e viverla noi, anche nei piccolissimi centri abitati. Non avrebbe senso parlare dell’amichetto più simpatico, di cosa si fa o come si gioca quando si sta insieme, di quali siano le preferenze di ciascuno.

Appare evidente che sia il ricevimento di comunicazioni che la richiesta di rispondere, appaiono, a chi vive in tali condizioni, non comprensibili, perché non fanno parte della propria esperienza di vita.

Senza acqua, senza corrente elettrica, costretti a lavorare fisicamente fin da piccoli per fronteggiare tutte le necessità familiari: attingere e trasportare l’acqua, guidare il bestiame, lavorare nei campi, curare i fratellini più piccoli, sostituire i genitori se ammalati, l’unica “attività” sociale è costituita dalla frequenza della scuola, dove spesso si va senza i libri di testo, né quaderni, né penna, impossibili da acquistare per la estrema povertà della famiglia. In molte scuole, dove la maggior parte degli alunni non hanno i libri di testo, buona parte della giornata viene passata copiando su un quaderno il testo del libro, che l’insegnante scrive alla lavagna ed imparando poi tutto a memoria.

Questa è la situazione che, attraverso l’adozione a distanza si cerca di fronteggiare e migliorare.

Gli aiuti, difatti, sono legati alla frequenza della scuola da parte dei bambini ed a fornire delle risorse economiche che consentano di fare alcuni acquisti di cibo, zucchero, sale ed altri beni di prima necessità, al mercato del sabato che si tiene ad Adwa, per integrare l’alimentazione e fare a meno del lavoro di alcuni figli, così che possano frequentare la scuola.

Peraltro, vi è un ulteriore aspetto pratico del quale tenere conto.

In larghissima parte le adozioni a distanza riguardano i figli delle donne che vengono coinvolte nei progetti di lavoro. Il denaro dell’adozione viene quindi erogato alla donna sotto forma di retribuzione per la partecipazione al gruppo di lavoro e, in tal modo, va a beneficio del bambino e di tutto il gruppo familiare.

La foto del bambino è quindi un mezzo, anche simbolico, per far conoscere, in modo concreto e legato ad un volto ed una situazione familiare, una delle tante storie di sostegno ed aiuto alle quali cerchiamo di far fronte.

E non è pensabile che il denaro della singola adozione venga utilizzato solo, sempre ed esclusivamente per quel bambino e la sua famiglia. Tutto il denaro delle adozioni a distanza viene utilizzato sia per i bambini le cui foto sono legate ad un donatore, sia per le situazioni non legate ad una foto sia, in ultima istanza, a tutta la nostra attività. Diversamente, il mancato o tardivo invio delle somme, comporterebbe la sospensione degli aiuti, con conseguenze catastrofiche ed impensabili.

Questa gestione comporta, tra l’altro, che i rapporti siano tenuti con le madri che, in genere incontriamo con frequenza trimestrale, per valutare l’andamento del lavoro ed erogare i fondi necessari alla continuazione ed alla corresponsione delle retribuzioni alle partecipanti.

Il bambino lo vediamo quando accompagna la mamma in uno degli incontri periodici, ovvero in qualche occasione specifica (se ha qualche malattia che richiede assistenza medica o qualche medicinale), per qualche bisogno particolare del bambino o della famiglia, in occasione del rinnovo annuale della foto.

In tali occasioni verifichiamo lo stato generale del bambino e, in occasione del rinnovo annuale della foto, verifichiamo la frequenza della scuola.

Sotto tale aspetto è necessario precisare che i bambini dei villaggi indossano vestiti molto consumati e spesso sporchi e sono di frequente anche senza scarpe non solo per povertà (quelli da noi assistiti, non dovrebbero più avere questo problema), ma per mentalità. Anche regalando dei capi nuovi, continuerebbero a portare i vecchi. Nei casi in cui riteniamo assolutamente necessario che avvenga la sostituzione, tratteniamo il vestito vecchio, per essere certi che  indossi ed usi i capi nuovi.

Dopo queste informazioni, che pensiamo consentano di comprendere meglio come viene concepita e gestita l’adozione a distanza, che deve inserirsi nella mentalità e nel contesto sociale e culturale nel quale operiamo, riteniamo utile fornire anche una serie di ulteriori importanti notizie.

Annualmente, in occasione del Natale, inviamo una foto aggiornata del bambino assegnato in adozione a distanza, in modo che sia possibile seguirne la crescita, unitamente ad una lettera informativa dell’attività complessiva da noi svolta ed al rendiconto delle somme ricevute.

Per coloro che ci forniscono l’indirizzo internet, inviamo anche, due o tre volte all’anno, delle comunicazioni informative generali sulla nostra attività (newsletters).

Per quanto concerne la frequenza della scuola, si deve tenere presente che le cose sono ben diverse che in Italia o nei paesi occidentali. In linea di massima, la maggior parte dei bambini frequenta la scuola, ma spesso in modo del tutto discontinuo. Difatti sono assai frequenti le lunghe assenze  del bambino per malattie, ovvero perché deve lavorare nei campi, nonché le assenze frequenti e ripetute per vari motivi familiari, cose queste che  impediscono la regolare frequenza della scuola con conseguente perdita dell’anno scolastico. L’anno viene quindi ripetuto e, considerato che gli stessi problemi tendono a ripresentarsi, accade che alcuni bambini di età anche relativamente avanzata, ancora frequentino le prime classi e risultino in arretrato di diversi anni e che altri, pur frequentando la quarta o la quinta elementare, non sappiano ancora leggere e non conoscano l’alfabeto.

Ma i problemi scolastici non si limitano a questo. Oltre alla frequenza saltuaria ora evidenziata, che porta a ripetere gli anni, la normativa legale prevede comunque la promozione per chi ha frequentato regolarmente l’anno, indipendentemente dal profitto. Si verifica spesso la mancanza di libri di testo da parte di molti alunni, per cui la lezione consiste unicamente nel copiare sul quaderno i testi scritti dall’insegnante alla lavagna. L’insegnamento è sostanzialmente mnemonico, senza richiedere una comprensione dei fatti e delle nozioni. Una parte del corpo insegnante proviene da questo tipo di formazione scolastica e, malgrado i corsi di specializzazione, permangono alcune carenze. I programmi inoltre sono assai limitati.

Desideriamo infine evidenziare che, è possibile che il bambino assegnato in adozione a distanza venga sostituito.

In linea generale tale evento è, per il modo nel quale operiamo, non solo “normale”, ma decisamente positivo ed indicativo del successo del nostro intervento, che, grazie all’aiuto fornito con l’adozione a distanza, ha consentito di raggiungere un concreto e stabile miglioramento della situazione di vita.

Esso deriva infatti, generalmente, dalla normale evoluzione dei “progetti di lavoro” che sono lo strumento attraverso il quale cerchiamo di dare alle donne, riunendole in “gruppi di lavoro”, una concreta possibilità offerta alle donne, di costruire il proprio futuro e di rendersi indipendenti anche dagli aiuti esterni. Questi progetti, attivati con un contributo iniziale e poi sostenuti fino a quando non sono in grado di essere autosufficienti, hanno una durata nel tempo più meno lunga ma, quando sono “realizzati”, non necessitano più del nostro sostegno periodico.

Cessa, di conseguenza, anche l’adozione del bambino.

Ecco allora la foto di un nuovo bambino, per aiutare un’altra famiglia.

Può accadere, altre volte, che le famiglie che vivono ad Adwa, decidano di trasferirsi, ritornando nella località che avevano abbandonato. Difatti, a causa del fenomeno dell’inurbamento, molte famiglie lasciano le campagne per trasferirsi nelle città dove, comunque, hanno più facile accesso all’acqua od alla corrente elettrica, rispetto al villaggio sperduto tra i monti. Questo fenomeno, che porta una drastica riduzione della produzione agricola, per la mancata coltivazione del terreno da parte delle famiglie trasferitesi in una città, ha spinto il governo a varare una legge che prevede la perdita del terreno assegnato alla famiglia, ove il medesimo non venga coltivato. A questo punto molte famiglie decidono di rientrare, per non perdere la terra, essendo ben noto il legame fortissimo che lega il contadino alla terra, dalla quale, comunque, si ricava quanto necessario a sopravvivere, sia pure in condizioni difficili e precarie.

Altre volte le famiglie si trasferiscono altrove, presso parenti che vivono in un altro villaggio, per motivi di vario genere, legati spesso ad eventi familiari come il matrimonio o la morte di qualcuno. Si tratta di un evento che riguarda, principalmente, le famiglie che provengono dai villaggi, per le quali il continuo spostamento è abbastanza “normale”.

Infine, quando il bambino è cresciuto ed ha raggiunto l’età di 16/18 anni, ha frequentato e completato le scuole ed è in grado di provvedere a se stesso, aiutando magari anche la famiglia, cessiamo il nostro intervento perchè, anche in questo caso, siamo riusciti a portare a termine con successo il medesimo, sostenendo il bambino e la sua famiglia, fino al compimento del ciclo scolastico.

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